MAROCCO: Marrakech & Zagora Desert
19 MARZO – INTO THE WILD. Con la consueta elasticità temporale, partiamo di buon ora accompagnati dalla nostra guida, YOUSSEF, a bordo di un confortevole Pajero. Ci aspettano circa trecento chilometri di strada, per percorrere i quali impiegheremo circa otto ore.
La strada, dopo circa mezz’ora di viaggio, comincia a salire sempre più ripida, offrendoci un suggestivo paesaggio che tuttavia richiama quelli alpini a cui siamo abituati: ciliegina sulla torta, a circa 2000 m di quota, qualche centimetro di neve caduta la notte scorsa. “Manca solo una seggiovia e poi siamo a Madonna di Campiglio”, penso io. Ebbene, eccomi accontentato! A pochi chilometri, infatti, sorge una delle poche località sciistiche dell’Africa, Oukaïmeden. Vorrei poter dire “sciare in Africa: FATTO”, ma il tempo stringe e la strada è ancora lunga, quindi rimando al mittente questa malsana idea. Promemoria per il prossimo viaggio in Marocco, portare sci e scarponi!
Superato il valico di Tizi n’Tichka, quota 2260m/slm, comincia la spericolata discesa fino alla Kasbah di Ait Benaddou, una delle più esotiche e meglio conservate di tutto il Marocco: film come “Il Gladiatore” e “Lawrance d’arabia” sono stati girati qui. Al nostro arrivo, le riprese di un set cinematografico ci fanno sentire nel mezzo di un territorio di guerra. Una passeggiata di circa quindici minuti attraverso le case ci permette di raggiungere la cima della Kasbah, dalla quale ci gustiamo un panorama mozzafiato: le palmeraie tutto intorno, che lasciano in fretta spazio all’implacabile distesa dell’hammada, il deserto di pietre.
Ci rimettiamo in viaggio attraverso Ourzazate, gradevole cittadina sede di alcuni studi cinematografici nella quale ci fermiamo per pranzo:: cous-cous e tajine il nostro menù, a un prezzo decisamente più democratico di quello della cena precedente. Superata la catena degli anti-atlas, raggiungiamo Zagora, ultimo avamposto degno di essere chiamato tale prima della distesa desertica del Sahara. La prevalenza berbera della popolazione risulta evidente dalla tradizionale tunica con il cappuccio a punta indossata dagli uomini; le donne, che fino a questo momento avevamo incontrato con il capo talvolta scoperto, qui vestono solamente vestiti tradizionali, rigorosamente con un coprente velo indossato anche dalle bambine sin dalla tenera età. Da questo punto, la strada asfaltata cede il posto ad una pista di sabbia, non sempre chiara e definita, che conduce fino al confine algerino, distante un centinaio di chilometri. I nostri cammelli ci aspettano poco fuori città, assieme a Moustafa, il loro conduttore. Percorriamo circa 5km in poco più di un ora in sella ai dromedari, al termine dei quali, in mezzo al nulla, appare come un miraggio l’accampamento berbero che ci ospiterà per la notte. L’ambiente si fa sempre più scuro, lasciando spazio ad un cielo stellato che ricordiamo aver visto poche altre volte nella vita. Dopo una cena a base di zuppa di legumi, datteri e tajine di carne e verdura, il freddo pungente ci suggerisce di rientrare nella nostra tenda, ben coperti, per un sonno ristoratore. (continua nella pagina seguente)

